martedì 19 novembre 2013

Fields of gold

“Hai dei bellissimi orecchini oggi”.
La piccola Matilde guardava rapita quell’oscillare di argento e pietruzze costate poco più di cinque dollari al mercato vintage del sabato mattina. Aveva gli occhi grandi, enormi, due specchi capaci di riprodurre crudelmente ogni riflesso di quella realtà dai toni pastello.
“Grazie Matilde, anche i tuoi sono molto graziosi”.
L’infermiera Harrison sorrise benevolmente a quell’ammasso di innocenza che le sedeva davanti.
“Come stai oggi? Com’è andato il tuo fine settimana?”.
Trascinò verso di lei la sedia girevole nascosta nell’angolo per prendere posto di fianco alla bambina.
“Sto una favola. Mamma mi ha lasciato guardare un sacco di televisione perché fuori pioveva.
E pure la nonna è venuta a trovarmi. È stato un bel week end”.
Matilde voltò lo sguardo alle piccole gocce che scendevano contro voglia dentro il tubicino trasparente.

mercoledì 30 ottobre 2013

Bobby il sopportatore.

Il Sig. Forrester era un Sopportatore.
Attenzione, non parliamo di una persona dal carattere pacato e nobile pronto a sopportare il male del mondo senza battere ciglio, parliamo di un Sopportatore professionista.
Lui era un Sopportatore per lavoro.
Aveva cominciato l’attività sin da ragazzino, quando la nonna se lo trascinava dietro durante i fine settimana, responsabile per lui nell’assenza dei genitori, troppo impegnati ad essere superficiali ed egoisti per concepire di portarsi il figlio alla casa al mare, piena di alcolici pregiati e serate dal sapore snob.
La nonna era dolce, buona, lo stringeva quando l’uomo nera si materializzava sotto il letto e la febbre saliva. La nonna era una grande nonna, oh certo…ma aveva sempre un sacco di “commissioni” da sbrigare. Neanche a dirlo, le commissioni delle nonne sono sempre una grande seccatura. C’è da ritirare la pensione dopo ore di interminabili code, c’è da interrogare l’ortofrutta sulla qualità delle cipolle magari non badando al temporale (non c’era verso di convincerla ad avvicinarsi ad un supermercato, non era “di qualità”…vero nonna, ma almeno è al chiuso), c’è da prendere il the al circolo, una stanza dall’arredamento antiquato che odora di naftalina. Bobby Forrester  era sempre lì, accanto alla nonna, a sopportare per amore, senza aprire bocca, nemmeno quando un gruppo di profumate settantenni si avvicinava avido alle sue guance. Lui sopportava. Perché lo faceva sentire un bambino giudizioso e disponibile, pronto a sacrificare il suo tempo per qualcosa che avrebbe reso contenta la nonna.
Così era nata la sua carriera.

martedì 10 settembre 2013

Il pianoforte del pirata

Dead Dog Bay si racchiudeva stretta tra due colline dal manto bruno, ricoperte da alberi che avevano vissuto guerre e tempeste, sempre assistendo silenziosi e pazienti come anziani consiglieri che ormai non debbono neanche più aprire bocca per esprimere giudizi.
La baia era gremita di sassi e scogli appuntiti, il tutto ricoperto da conchiglie e alghe che il mare dimenticava ad ogni risacca. La sabbia era ruvida, rossa, accesa come il sole del tramonto, pareva quasi sentirla ardere sotto le suole nel pieno dell’estate.
La baia era piccola ma vivacemente frequentata, tutti i marinai delle vicinanze erano costretti ad attraccare lì per raggiungere l’entroterra, le altre insenature erano troppo increspate e decisamente pericolose per tentare un coraggioso approdo.
Dalla baia partiva un agile sentiero costruito in travi di legno che portava alla strada principale, dominata da alti alberi dalle fronde oscure.
Alla baia era sempre possibile trovare tre cose: Il vento dal gelido nord, il vecchio peschereccio abbandonato e il pianoforte del pirata.

domenica 1 settembre 2013

Aurora

Aurora aveva cinque anni, tanti boccoli castani e guance piene e morbide come le ciambelle zuccherate del fornaio. Era la tipica bambina che nessuno vedrebbe mai come una futura Miss o leggenda vivente tra i banchi di scuola. C’è poco da dire, Aurora non era “cicciottella” come le diceva la nonna, non era “robusta” come giustificava l’evidenza sua madre e non era neanche “in forma” come mentiva suo padre. Aurora era grassa.
Le altre bambine della sua classe sorridevano alle maestre mettendo in mostra l’adorabile finestrella degli incisivi appena caduti, suscitando sempre gridolini di entusiasmo e sospiri commossi da parte degli adulti, Aurora invece quando sorrideva pareva quasi le sparissero gli occhi tanto si stringevano alla pressione delle forti guance sollevate dall’espressione.
Aurora era grassa e lo sapeva bene. Accipicchia come lo sapeva bene.

lunedì 12 agosto 2013

Il matrimonio di Isabella

Isabella si legò i capelli nella solita coda di cavallo lasciata morbida sulle spalle stringendo forte l’elastico per impedirne lo scioglimento. Si alzò le maniche della maglia e si strofinò via dai pantaloni la polvere in eccesso accumulata dopo ore passate a pulire ogni singola panca.
Aveva finito tutta la navata sinistra, ora mancava solo la destra.
Tutto era quasi pronto per il grande giorno.
La chiesa profumava come un parco a primavera, le colonne erano addobbate a festa che manco un albero di Natale, cestini in vimini strabordanti di confetti alla mandorla aspettavano silenziosi e paffuti vicino all’ingresso, pronti a lasciare uno zuccheroso omaggio agli ospiti del matrimonio.
Che grande matrimonio sarebbe stato quello…Oh si, uno di quelli speciali, con tanto di violini e candele.

venerdì 28 giugno 2013

La mattina e il cuoco.

Un sabato mattina.
Il sole splendeva timido dietro i rami degli alberi e la campagna si stiracchiava assonnata alle prime luci del giorno. Tutto era avvolto da una pacata atmosfera primaverile, l’aria profumata e frizzante toccava allegra ogni cosa, come un bambino dall’aria furba che scova i compagni a nascondino.
Lui era il primo ad arrivare.
Come sempre.
Parcheggiava la vecchia automobile, apriva la porta e spalancava le finestre.
 Il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene.
Funzionava così quando eri il proprietario del più importante ristorante della città.

martedì 18 giugno 2013

Le pagine e Sara.

Quello che più le dispiaceva nel salutare l’autunno era l’arrivo precipitoso della notte subito dopo le cinque di pomeriggio. Il sole timbrava il cartellino in fretta e furia, neanche il tempo di scaldare con gli ultimi raggi strade e passanti che subito l’ombra scendeva come un pesante scialle di lana pungente. Il quartiere andava riempiendosi dei lavoratori che pigramente rientravano dopo una giornata passata a battere sui tasti impersonali di una tastiera, dentro un ufficio addobbato con foto di famigliari che non vengono abbracciati spesso quanto dovrebbero.
Lei aveva staccato dal lavoro più tardi del solito, maledicendo gli ultimi clienti difficili della libreria, sempre pronti a chiedere consiglio su pubblicazioni vecchie di millenni o libri non ancora mandati in tipografia.